Avvocato Francesco Bruni

Avvocato Francesco Bruni Avvocato iscritto all'albo degli Avvocati di Perugia. Mi occupo di diritto civile e diritto penale

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01/08/2024

La boxer italiana Angela Carini annuncia il ritiro dopo un destro ricevuto a circa 40 sec. dall'inizio dell'incontro con Imane Khelif, pugile algerin*, un individuo non chiaramente definibile da un punto di vista biologico e genetico, un soggetto "intersessuale", un rara condizione medica di intersessualità per la quale non si è nè maschio nè femmina, un pò come era stato un'altro noto ermafrodite come Eva Robbins.

Il fatto è che la psiche di questa persona, che naturalmente non ha organi sessuali sviluppati, non coincide con la percezione che egli ha del proprio corpo, e questo gli avrebbe dato il diritto di sentirsi "donna" seppure donna biologicamente non sia del tutto, in quanto appartiene ad un altro genere, un 3° genere, diverso dalla naturale classificazione biologica di "maschio" o "femmina".

Ora Imane Khelif, nato mezzo uomo e mezza donna, ma che dovrebbe ritenersi geneticamente uomo perché portatore del cromosoma "Y" (con tutte le conseguenze in termini di produzione di testosterone , di forza, di potenza e mascolinità), ha dichiarato di sentirsi donna e, per questo, è stato messo in competizione con delle donne.

Facile così.

Questo atleta nato con una disfunzione fisica, è invece sportivamente parlando un "diversamente abile" -che però può essere un grande vantaggio in alcuni casi-, e per questo non avrebbe dovuto gareggiare in condizioni di "parità fittizia" con atleti di altri generi biologici, perché da quel punto di vista "normale" (nel senso di normodote) non è.

Qui però entra in gioco l'ideologia transgender che non perde occasione per manifestare la sua prepotenza, che arriva al punto di ignorare le leggi naturali, i diritti degli eterosessuali, l'eguaglianza sociale solo per accreditare sè stessa come frutto di una legge biologica, e per accontentare le esigenze psicologiche di un altro individuo che sfrutta la propria diversità per competere in condizioni di vantaggio rispetto agli avversari.

Non è che una lesbica "si sente uomo" e viene messo a gareggiare con gli uomini; o viceversa, un omosessuale, anche operato, "diventa donna" e con questo può pretendere di essere messo in competizione con le donne biologicamente vere.

Se così fosse allora chi si sente un extraterrestre❓Chi si sente posseduto❓ Chi ha una doppia personalità❓Chi è disabile❓

Cosa facciamo con queste persone❓
Mica Pistorius, è stato mai inserito nelle gare di atleti olimpici normodotati, anche se (avrebbe voluto e) aveva due gambe come gli altri, pur se una artificiale: vantaggio o svantaggio❓

Comunque la si pensi non poteva essere messo in competizione con soggetti aventi caratteristiche fisiche non omogenee alla propria (forse avrebbe battuto pure Bolt sui 200mt); in ogni caso sarebbe stata una discriminazione. Per l'uno o per gli altri.

E così anche nel caso di Imane Khelif

L'ideologia della identità di genere professa il riconoscimento di un terzo genere, quindi nè uomo nè donna, ma qualcosa di diverso da entrambi i sessi ("maschio" o "femmina"), ed allora è una contraddizione insuperabile infilare il terzo genere nella condizione biologica delle "donne" come accaduto nel caso in esame.

Si costituisse una federazione ad hoc per i trans, gli intersessuali o per qualsiasi altro "genere" che dir si voglia; si facciano le olimpiadi per i transgender, le TRANSOLIMPIADI, come si fanno le ParaOlimpiadi, le Olimpiadi Invernali e le competizioni per stagioni o categorie.

Ma fin tanto che ciò non avverrà, gli atleti normodotati e sessualmente definiti dovrebbero competere con soggetti biologicamente alla pari, rifiutiandosi di combattere, di gareggiare con persone che sono e si sentono diverse.

La nostra Angela non doveva salire su quel ring.

Doveva rifiutarsi prima. invece di abbandonare poi; peraltro dopo averle prese in 30 secondi, lamentandosi che FA MALISSIMO.

Così esce proprio sconfitta senza aver dato una lezione all'avversario, all'uguaglianza e alla lealtà olimpica tutta.

Avv. Angelo Di Lorenzo

30/05/2024

Scrissi questo in data 4 maggio 2017.
Resta ancora validissimo.

In data 4 maggio u.s. la camera penale di Perugia ha organizzato una "raccolta firme" presso il tribunale penale per richiedere la separazione delle carriere tra Giudice e Pubblico Ministero.
Io non ho scientemente firmato e non firmerò mai.
Ecco, in parte, le motivazioni.
Intanto devo constatare che torna questo luogo comune della "separazione delle carriere", come una cosa abbandonata che rispunta dal cilindro quando non si sa bene che argomento trattare a livello politico.
Proprio a livello politico, mi piace ricordare che il primo a proporre la divisione delle carriere fu un certo Licio Gelli nel piano di rinascita democratica.
Conosciamo tutti la tiritera che si porta avanti per difendere il mantra sulla separazione delle carriere: "il giudice si conosce con il p.m., quindi l'avvocato è succube delle due parti, e poi il giudice deve essere terzo e imparziale quindi non può avere rapporti di conoscenza o amicizia o di colleganza di carriera con il p.m.".
Se così fosse, il giudice tenderebbe a dare sempre ragione al suo amico p.m., come riportato nella vignetta allegata.
Dai dati processuali invece, risulta proprio l'opposto.
In almeno il 50% dei casi, nelle richieste di condanna nei dibattimenti il Giudice decide in modo difforme, se non all'opposto di quanto richiesto dal P.M., e, in genere, il Giudice decide 1 volta su 2 in modo difforme dal Pubblico Ministero.
In definitiva: la prova dell'influenza dei pm sui giudici è una leggenda metropolitana.
Se poi questa fosse la giustificazione principe che conduce alla modifica, non basterebbe separare giudici e p.m., ma occorrerebbe anche separare le carriere dei giudici di primo grado rispetto a quelli del secondo grado, e dei giudici del secondo grado rispetto ai giudici della cassazione: altrimenti, per un discorso puramente logico, il giudice di appello darà sempre ragione al giudice di primo grado (ci vorrebbero dozzine di carriere diverse insomma).
Ma attenzione: una delle obiezioni più gettonate è subito pronta: "nel resto d'Europa le carriere sono separate".
Prima di tutto non ce ne dovrebbe fregare nulla di quello che avviene nel resto dell'Europa ma, si sa, con la perdita della nostra sovranità e la distruzione dello stato sovrano nazionale "quello che si fa nel resto dell'europa" è una delle espressioni da bar più gettonate.
Secondariamente: le cose non stanno proprio così.
Storicamente, la nostra vera specificità è l'indipendenza di tutti i magistrati - pm e giudici - "da ogni altro potere".
In Francia, giudici e pm appartengono a un'unica carriera, come in Italia, ma il pm dipende dal governo, anche se l'autonomia delle indagini è garantita dal giudice istruttore indipendente.
E così pure in Belgio.
Il giudice istruttore indipendente c'è pure in Spagna, dove però le carriere sono separate e il pm è parzialmente soggetto all'esecutivo. In Germania e Olanda la formazione di pm e giudici è unitaria, dopodiché le loro strade si biforcano, ma nulla vieta il passaggio dall'una all'altra.
La Gran Bretagna fa storia a sé: il pm non esiste, l'iniziativa penale è della polizia.
Nemmeno gli Usa prevedono sbarramenti, anzi è naturale che i 'prosecutor' diventino giudici.
In Portogallo, in origine, le carriere erano separate, le riunificò Salazar, per mettere le mani sulle toghe.
Con la Rivoluzione dei Garofani (1974) le carriere di giudici e pm vennero separate nuovamente.
Risultato: sganciati dalla cultura dell'imparzialità, molti pm diventarono mastini più 'accaniti' di prima, tant'è che da anni in Portogallo si medita di riunificare le carriere per riportare un po' di equilibrio.
Il punto focale è proprio questo: "la cultura della imparzialità", non mi stancherò mai di ripeterlo.
Giudici e pm devono necessariamente avere lo stesso processo formativo perchè devono ossequiare l'imparzialità in egual misura.
Devono cioè formarsi con la cultura della imparzialità: anche il pm deve rendersi conto, al pari del giudice, se un imputato è veramente colpevole o innocente, senza essere accecato dal dover condannare a cottimo o a tutti i costi.
E' anzi questa una delle critiche che faceva Piero Calamandrei riferendosi al PM: "E' un giudice senza imparzialità, un avvocato senza passione".
Se questo è vero anche nel sistema a carriere riunite, figurarsi invece in un sistema a carriere separate: un autentico disastro.
Avallando questo sistema l'Italia diventerebbe simile all'odierno sistema portoghese post Salazar.
I pm perderebbero di vista l'imparzialità e andrebbero a cercare le condanne più impensabili sol per avanzare di carriera e fare risultato.
Vediamo cosa ne pensa l'Europa.
In data 30 giugno 2000 la Commissione anticrimine del Consiglio d'Europa ha approvato una raccomandazione che recita così testualmente: "Gli Stati, ove il loro ordinamento giudiziario lo consenta, adottino misure per consentire alla stessa persona di svolgere le funzioni di pm e poi di giudice, e viceversa", per "la similarità e complementarietà delle due funzioni".
Anche il Consiglio D'Europa si rende conto che le funzioni complementari hanno un loro senso storico ed una loro giustificazione giuridica che, magari, tenga anche conto della stessa formazione culturale nel senso di essere orientata alla pura imparzialità.
L'Europa vuole quindi copiare il modello italiano e l'Italia invece intende disfarsene raccogliendo addirittura le firme degli avvocati penalisti?
Grazie, ma io passo e mi dissocio.
Anzi, dissento.
Prima di tutto dissento con tutti i colleghi penalisti che hanno firmato la petizione, con i quali concordo sul fatto che esiste la libertà di espressione e di opinione, ma esiste anche la capacità di studiare e di giustificare le proprie scelte pensando altrimenti (con la "coscienza di essere nel mondo").
Per finire: non mi stancherò mai di affermare che il vero garantista vuole, anzi, pretende, un PM con la cultura di un giudice!

29/04/2024

“Dove non giunge il pensiero dell’uomo, arriva l’amore.

La superiorità dell’avvocato sul giudice è questa. Il giudice per definizione giudica, non ama. L’avvocato, al contrario, ama, non giudica.

Ama anche se non se ne accorge.

Non si può difendere senza amare. La difesa, proprio perché è il contrario dell’offesa, implica l’amore. Il giudice, alto sul suo stallo, guarda colui che deve giudicare da lontano.

L’avvocato, collocato in basso, accanto a lui, lo guarda da vicino. Né si può star vicino ad uno sciagurato, senza vivere, molto o poco, la sua sciagura“.

Francesco Carnelutti, da “Vita di avvocato. Mio fratello Daniele in difesa di uno sconosciuto“, Giuffrè, 2006

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