13/08/2026
CASO RANUCCI–LAVITOLA: GARANTISTI E COLPEVOLISTI A PARTI INVERTITE
Una premessa è indispensabile.
L’ordinanza integrale non è pubblicamente conoscibile poiché coperta da segreto investigativo, quindi il dibattito di queste ore si fonda esclusivamente su stralci e ricostruzioni parziali dell' ordinanza del Gip.
E uno stralcio di un provvedimento cautelare non è una sentenza, non fotografa necessariamente l’intera indagine e, soprattutto, non consente di trasformare un’ipotesi investigativa in una verità processuale.
Per questo oggi la migliore difesa del garantismo consiste, paradossalmente, nell’essere garantisti anche con Sigfrido Ranucci.
Proprio con chi, a mio giudizio, ha rappresentato negli anni uno dei simboli di un certo modo di raccontare le vicende giudiziarie: l’indagine che diventa narrazione, l’ipotesi accusatoria che rischia di trasformarsi in verità televisiva e la reputazione dell’indagato compromessa prima ancora del processo.
Sarebbe facile, oggi, cedere alla tentazione della rivalsa:
“Adesso tocca a lui.”
Ma sarebbe esattamente l’errore che abbiamo contestato per anni.
Il garantismo non è la protezione degli amici.
È la tutela dei diritti di tutti, soprattutto quando farlo è scomodo.
Per questo vanno tutelate le garanzie e la reputazione sia di Sigfrido Ranucci sia di Valter Lavitola, senza trasformare intercettazioni, frequentazioni, rapporti personali o passaggi di un provvedimento giudiziario in una sentenza pronunciata sui giornali e sui social.
Le domande sono legittime. Le risposte, però, devono arrivare dagli accertamenti.
Una ipotesi investigativa non è una prova.
Un sospetto non è una responsabilità.
Un provvedimento cautelare non è una sentenza.
Non condivido quindi né chi vorrebbe assolvere mediaticamente Ranucci in ragione della sua storia professionale, né chi vorrebbe condannarlo applicandogli oggi lo stesso metodo che tante volte gli è stato contestato.
Ranucci era ingenuo? Consapevole? Manipolato? Sapeva?
Il punto è che oggi non dobbiamo stabilirlo noi.
Occorre attendere che le indagini facciano il loro corso, che gli atti siano conoscibili nella loro completezza e che accusa e difesa possano confrontarsi nelle sedi a ciò deputate.
C'è certamente un'ironia in questa vicenda: oggi il garantismo è chiamato a proteggere anche chi, nel raccontare le inchieste giudiziarie, non sempre ha mostrato — a mio giudizio — la stessa prudenza verso la reputazione degli indagati.
Ma è proprio qui che un principio dimostra di essere tale.
Le garanzie non sono una ricompensa per chi se le merita.
Sono un limite al potere — giudiziario, politico e mediatico — e valgono per tutti, amici e nemici.
Anche per Sigfrido Ranucci.
Anche per Valter Lavitola.
Sarebbe facile concludere: “Benvenuti nel processo mediatico.”
Io preferisco dire: aspettiamo.
Perché se applichiamo i principi in base al nome di chi, di volta in volta, siede sul banco degli imputati dell'opinione pubblica, allora non sono più principi.
Senza principi, la giustizia diventa soltanto una questione personale.
Avv.Matteo De Luca✍️