Avvocato Matteo De Luca

Avvocato Matteo De Luca "prevenire é meglio che espiare"

CASO RANUCCI–LAVITOLA: GARANTISTI E COLPEVOLISTI A PARTI INVERTITEUna premessa è indispensabile.L’ordinanza integrale no...
13/08/2026

CASO RANUCCI–LAVITOLA: GARANTISTI E COLPEVOLISTI A PARTI INVERTITE

Una premessa è indispensabile.

L’ordinanza integrale non è pubblicamente conoscibile poiché coperta da segreto investigativo, quindi il dibattito di queste ore si fonda esclusivamente su stralci e ricostruzioni parziali dell' ordinanza del Gip.

E uno stralcio di un provvedimento cautelare non è una sentenza, non fotografa necessariamente l’intera indagine e, soprattutto, non consente di trasformare un’ipotesi investigativa in una verità processuale.

Per questo oggi la migliore difesa del garantismo consiste, paradossalmente, nell’essere garantisti anche con Sigfrido Ranucci.

Proprio con chi, a mio giudizio, ha rappresentato negli anni uno dei simboli di un certo modo di raccontare le vicende giudiziarie: l’indagine che diventa narrazione, l’ipotesi accusatoria che rischia di trasformarsi in verità televisiva e la reputazione dell’indagato compromessa prima ancora del processo.

Sarebbe facile, oggi, cedere alla tentazione della rivalsa:
“Adesso tocca a lui.”

Ma sarebbe esattamente l’errore che abbiamo contestato per anni.

Il garantismo non è la protezione degli amici.
È la tutela dei diritti di tutti, soprattutto quando farlo è scomodo.

Per questo vanno tutelate le garanzie e la reputazione sia di Sigfrido Ranucci sia di Valter Lavitola, senza trasformare intercettazioni, frequentazioni, rapporti personali o passaggi di un provvedimento giudiziario in una sentenza pronunciata sui giornali e sui social.

Le domande sono legittime. Le risposte, però, devono arrivare dagli accertamenti.

Una ipotesi investigativa non è una prova.
Un sospetto non è una responsabilità.
Un provvedimento cautelare non è una sentenza.

Non condivido quindi né chi vorrebbe assolvere mediaticamente Ranucci in ragione della sua storia professionale, né chi vorrebbe condannarlo applicandogli oggi lo stesso metodo che tante volte gli è stato contestato.

Ranucci era ingenuo? Consapevole? Manipolato? Sapeva?

Il punto è che oggi non dobbiamo stabilirlo noi.

Occorre attendere che le indagini facciano il loro corso, che gli atti siano conoscibili nella loro completezza e che accusa e difesa possano confrontarsi nelle sedi a ciò deputate.

C'è certamente un'ironia in questa vicenda: oggi il garantismo è chiamato a proteggere anche chi, nel raccontare le inchieste giudiziarie, non sempre ha mostrato — a mio giudizio — la stessa prudenza verso la reputazione degli indagati.

Ma è proprio qui che un principio dimostra di essere tale.

Le garanzie non sono una ricompensa per chi se le merita.
Sono un limite al potere — giudiziario, politico e mediatico — e valgono per tutti, amici e nemici.

Anche per Sigfrido Ranucci.
Anche per Valter Lavitola.

Sarebbe facile concludere: “Benvenuti nel processo mediatico.”

Io preferisco dire: aspettiamo.

Perché se applichiamo i principi in base al nome di chi, di volta in volta, siede sul banco degli imputati dell'opinione pubblica, allora non sono più principi.

Senza principi, la giustizia diventa soltanto una questione personale.

Avv.Matteo De Luca✍️

10/08/2026

SE SCEGLIE DI TACERE, ALLORA HA QUALCOSA DA NASCONDERE.

È probabilmente una delle frasi più pericolose che si possano pronunciare quando si parla di un’indagine penale.

Andrea Sempio ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.

E immediatamente è iniziato il processo parallelo:
“Perché non risponde?” “Se fosse innocente, parlerebbe.” “Cosa ha paura di dire?”

No.

Nel processo penale il silenzio non è una confessione.

È un diritto.

E soprattutto non può diventare la scorciatoia con cui si trasforma un sospetto in una condanna.

Da avvocato penalista ho imparato una cosa che provo a spiegare ogni volta che un’indagine giudiziaria diventa un caso mediatico:
essere innocenti non significa necessariamente essere capaci di difendersi bene durante un interrogatorio.

Sotto pressione la memoria può diventare meno precisa.

L’ansia può far scegliere una parola sbagliata.

Il tentativo ossessivo di non essere fraintesi può produrre esattamente l’effetto opposto.

Una contraddizione può diventare un titolo.
Un’esitazione può diventare “linguaggio del corpo”.

Una frase pronunciata male può essere isolata, rilanciata sui social e trasformata nell’indizio che tutti stavano aspettando.

Ed è qui che nasce uno dei cortocircuiti più pericolosi della giustizia mediatica:
prima interpretiamo il silenzio come colpevolezza;
poi interpretiamo ogni parola come conferma della colpevolezza.

A quel punto l’indagato non può più difendersi in modo efficace.
Se parla, ogni parola viene analizzata.
Se tace, il silenzio diventa sospetto.

Ma un processo penale non dovrebbe funzionare così.
Non si giudica un uomo per quanto appare convincente davanti a una telecamera.

Non si misura l’innocenza dalla sicurezza con cui risponde.
Non si riempiono i vuoti probatori con le impressioni e i toni.

Si cercano prove.

È questa la differenza fondamentale tra un’aula di giustizia e il tribunale dell’opinione pubblica.

Per questo non considero la scelta di Sempio un’ammissione implicita di alcunché.
È l’esercizio di una garanzia difensiva.

E le garanzie hanno una caratteristica che spesso dimentichiamo:
sembrano inutili finché a essere accusati sono gli altri.

Diventano indispensabili quando sotto accusa finiamo noi.
Il compito dell’avvocato penalista non è assecondare il verdetto della piazza.

È ricordare, soprattutto nei casi più impopolari, che tra un sospetto e una condanna esiste qualcosa che si chiama processo.
E che tra un’accusa e una verità giudiziaria devono esserci sempre le prove.

Avv. Matteo De Luca

28/07/2026

La sospensione feriale è alle porte.

Calma e sangue freddo.

La vicenda del gioielliere Mario Roggero continua a dividere l'opinione pubblica. Da un lato c'è chi parla di giustizia,...
18/07/2026

La vicenda del gioielliere Mario Roggero continua a dividere l'opinione pubblica.

Da un lato c'è chi parla di giustizia, dall'altro chi richiama il principio fondamentale secondo cui lo Stato non può delegare ai cittadini il potere di vendicarsi.

Da penalista, se avessi dovuto impostare la sua difesa, avrei concentrato l'attenzione su un profilo spesso sottovalutato: il trauma psicologico provocato dalla rapina.

Una rapina non è soltanto un'aggressione al patrimonio. È un'esperienza che può lasciare una ferita emotiva profonda. La paura di morire, l'umiliazione, il senso di impotenza possono determinare uno stato di sconvolgimento psichico tale da incidere, anche se temporaneamente, sulla capacità di autocontrollo.

Questo non significa giustificare ciò che è accaduto. La legge non può trasformare la vendetta in un diritto e la reazione, una volta cessato il pericolo, non può essere legittimata come se fosse ancora difesa.
Significa però comprendere che, in alcuni casi, una condotta gravemente sproporzionata può essere l'effetto di una transitoria alterazione della sfera psichica indotta dall'evento traumatico.

È un tema che merita di essere affrontato con il rigore della scienza e del diritto, attraverso un serio accertamento medico-legale, senza cedere né al giustizialismo né al facile moralismo.

Il diritto penale deve saper distinguere tra la responsabilità dell'uomo e le conseguenze devastanti che un trauma può produrre sulla mente.
Un'ultima riflessione riguarda il luogo in cui Roggero si è costituito: il carcere di Bollate.

Ho avuto modo di conoscerlo personalmente quando difendevo Pierangelo Daccò nel processo Formigoni.

La mia impressione è che rappresenti uno dei migliori istituti penitenziari italiani. Un carcere che non rinuncia alla funzione della pena, ma che cerca di realizzare fino in fondo il principio costituzionale della rieducazione: il detenuto viene chiamato a rispondere delle proprie azioni, senza essere privato della propria dignità di persona.

Perché chi ha commesso un errore deve rispondere delle proprie responsabilità. Ma resta, prima di tutto, un essere umano.

30/06/2026
05/06/2026

Il potere mediatico che minaccia quello giudiziario.

"Non possono dirlo perché non hanno sentito le persone che abbiamo sentito noi"

A questo punto che che siano Ranucci e Travaglio a convalidare gli arresti.

Siamo alle paradosso.

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L'intercettazione del difensore? Così muore lo Stato di DirittoNon è una battaglia dell’avvocatura.È una questione che r...
26/05/2026

L'intercettazione del difensore? Così muore lo Stato di Diritto

Non è una battaglia dell’avvocatura.
È una questione che riguarda ogni cittadino.

Il rapporto tra assistito e difensore si fonda su un principio semplice: riservatezza assoluta.

Se chi è indagato teme che le proprie parole possano essere ascoltate, smetterà di dire tutto.

E senza verità, non esiste difesa efficace.
C’è poi un altro tema, un pericolo ancora più grave: l’equilibrio processuale.

In uno Stato di diritto, accusa e difesa devono confrontarsi ad armi pari.
Se una parte può conoscere in anticipo la strategia dell’altra, il processo diventa truccato.

Chi dice “se non hai nulla da nascondere, non hai nulla da temere” dimentica un principio fondamentale:
Essere indagati non significa essere colpevoli.

É l'equilibrio tra accusa e difesa a garantire l' equità del processo
Perché oggi il tema non sono gli avvocati ma i diritti dei cittadini .

Se saltano i principi di base l'intero sistema perde di credibilità e fiducia.

Non difendiamo criminali , difendiamo il diritto ad un giusto processo.

15/05/2026

Il diritto penale è cosi : Una scalata dell' impossibile.

Se posso chiedere,
cosa intende per impossibile ?

Stabilire la verita'.

15/05/2026

Il diritto penale è cosi: una scalata dell'impossibile.

Se posso chiedere, cosa intende per impossibile?

La ricerca della verità.

(Cit. la grazia di Paolo Sorrentino Community)

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