13/10/2026
PIAZZA VANVITELLI: UN PADRE A TERRA, DUE FIGLIE SCONVOLTE. E IN QUEL BRANCO DOMANI POTRREBBERO ESSERCI I NOSTRI FIGLI.
Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere. Non volevo che a parlare fosse soltanto la rabbia.
Al Vomero, un padre è finito a terra dopo essere intervenuto per difendere le figlie durante una lite tra ragazzi. È una storia che tocca tutti noi genitori: perché conosciamo la paura di quella telefonata, e non possiamo fare a meno di immaginare la sua corsa per proteggerle.
E il senso di impotenza e di colpa che può avere attraversato quelle ragazze.
Da penalista, penso anche ai ragazzi coinvolti. Dietro ogni fascicolo minorile c’è un ragazzino fragile e arrabbiato che può non aver compreso fino in fondo la gravità delle proprie azioni.
Capirlo, però, non significa giustificare e minimizzare la violenza.
La vicenda di Piazza Vanvitelli ci obbliga a guardare in faccia una realtà scomoda: la violenza giovanile attraversa ogni ceto sociale. Può nascere anche dove non mancano le possibilità materiali, ma manca l’esperienza del limite e l' assunzione di responsabilità.
Ci sono almeno tre questioni su cui dobbiamo interrogarci.
1) La vittima non deve sentirsi invisibile.
Il processo minorile è orientato alla responsabilizzazione e al recupero del ragazzo. Ma nel procedimento penale davanti al giudice minorile la persona offesa non può costituirsi parte civile per chiedere il risarcimento del danno.
2) La messa alla prova deve essere un percorso concreto.
Recuperare non significa cancellare ciò che è accaduto. Servono tempestività, responsabilizzazione e un impegno reale a comprendere e riparare, per quanto possibile, il danno causato.
Anche le famiglie hanno una responsabilità educativa.
3) La legge prevede, in determinate condizioni, la responsabilità civile dei genitori per i danni causati dai figli minorenni.
Ma, prima ancora del tribunale, c’è il dovere di non giustificare tutto: proteggere un figlio significa aiutarlo a riconoscere il limite e le conseguenze delle proprie azioni.
E poi ci sono gli smartphone: filmare, condividere, applaudire trasforma la violenza in spettacolo e alimenta il branco.
Non ogni ripresa configura un reato, ma nessuno dovrebbe potersi considerare esente da responsabilita' nel restare passivo a filmare una scena per trasformarla in un reality.
Comprendere l’adolescenza non vuol dire giustificare la violenza e pretendere severita' non significa invocare una repressione cieca ma impartire lezioni di vita.
La legalità e la comunità educante hanno un compito comune: far capire che ogni gesto ha conseguenze reali, anche quando chi lo compie non ha ancora diciotto anni.