Milazzo & Romano - Avvocati Penalisti

Milazzo & Romano - Avvocati Penalisti Avvocati penalisti, con studio a Napoli e a Palmi (RC)

“Facciamo chilometri, superiamo gli ostacoli”, dice un simpatico coro che cantano i tifosi quando seguono la propria squ...
24/04/2026

“Facciamo chilometri, superiamo gli ostacoli”, dice un simpatico coro che cantano i tifosi quando seguono la propria squadra in trasferta, per incoraggiare i calciatori in campo ma anche per dare forza a sé stessi dopo viaggi lunghi ed estenuanti.

Anche noi facciamo chilometri: Verona, Reggio Calabria, passando per Napoli, Palermo per poi andare a Roma.

Dagli interrogatori di garanzia, in caso di misure cautelari, alle udienze dibattimentali, passando per quelle camerali davanti al Tribunale della Libertà e dinanzi al giudice per le indagini preliminari, ci sforziamo sempre di garantire la nostra presenza fisica.

E quando non possiamo, ci avvaliamo della preziosa collaborazione di altri validi colleghi.

Cerchiamo in ogni caso di scongiurare il rischio della “cartolarizzazione”: cioè che il processo si riduca a carte, atti, fascicoli, memorie depositate e decisioni prese senza il peso vivo della discussione in aula, senza il confronto diretto, senza la presenza reale della difesa.

Perché difendere non significa soltanto scrivere.

Significa esserci.

E tra un treno che arriva e un aereo che parte, il fruscio dei fascicoli ci prepara all’ennesima discussione.

Perché l’importante è partecipare, ma per vincere.

Ovviamente.

Ogni operatore del diritto – giudice, pubblico ministero o avvocato che sia – ha un obbligo preciso: liberare il campo d...
11/04/2026

Ogni operatore del diritto – giudice, pubblico ministero o avvocato che sia – ha un obbligo preciso: liberare il campo dalle suggestioni, dai pregiudizi, dalle scorciatoie del giudizio, per fare spazio alla tecnica e al diritto.

È un compito che richiede rigore, studio, equilibrio. Perché il diritto non può piegarsi all’emotività del momento, né lasciarsi trascinare dal rumore che spesso circonda i fatti. Deve restare ancorato ai principi, alle garanzie, alla forza delle argomentazioni.

Noi, da difensori, abbiamo un dovere morale verso i nostri assistiti e un dovere deontologico verso noi stessi: studiare sempre a fondo i fascicoli, entrare nel merito degli atti, instaurare sin da subito un contraddittorio vero, che renda concreta ed effettiva la difesa.

Difendere significa approfondire, comprendere, sollevare questioni, far valere ragioni anche quando il contesto sembra già orientato altrove.

Dice Giorgio Spangher, professore emerito di procedura penale, che l’avvocato inizia a parlare quando ogni altro pensa che non ci sia più nulla da dire.

Ecco, è esattamente questo il senso più profondo della difesa: nella capacità di non arretrare, di non cedere al silenzio, di continuare a dare voce alle ragioni dell'imputato che si rappresenta.

Ecco perché giuriamo – non solo a noi stessi – che non resteremo mai in silenzio.

Auguri a tutti di buona Pasqua, la festa che celebra la resurrezione, la vittoria della vita sulla morte.Il nostro auspi...
04/04/2026

Auguri a tutti di buona Pasqua, la festa che celebra la resurrezione, la vittoria della vita sulla morte.

Il nostro auspicio è che, in Italia, possa rinascere anche la giustizia.

Per questo il nostro abbraccio va a tutti coloro che ogni giorno operano nel sistema giudiziario.

A chi svolge le indagini con abnegazione e scrupolo.

A chi è chiamato, con coscienza, a studiare atti e verbali per giudicare.

Ai nostri colleghi penalisti che, tra sacrifici e responsabilità, si preparano ad assumere ogni difesa.

Al personale amministrativo e a tutti coloro che, con attenzione e dedizione, tengono insieme i pezzi che rendono possibile lo svolgimento dei processi.

Ma anche e soprattutto buona Pasqua ai detenuti, per i quali, in questo sistema, la rinascita di sé stessi resta purtroppo troppo spesso un’utopia.

Nel nostro Paese il tasso di recidiva è ancora altissimo, perché il carcere, così com’è, finisce per essere un luogo in cui chi ha sbagliato resta fermo a rimuginare sui propri errori.

Più formazione, più lavoro, più percorsi concreti di reinserimento sociale.

Come se qualcuno, dopo essere scivolato sul bagnato, restasse per anni a contemplare la pioggia.

Per poi uscire e avere paura del sole.

Siamo certi che un giorno ci sarà più luce per tutti.

Più giustizia per tutti.

Nel frattempo, buona resurrezione.

Settimana bella piena, dopo il rientro da un’udienza in trasferta a Catania. Oggi tiriamo un po’ il freno. Ricominceremo...
28/03/2026

Settimana bella piena, dopo il rientro da un’udienza in trasferta a Catania. Oggi tiriamo un po’ il freno. Ricominceremo domani, dedicando come di consueto la nostra domenica alla stesura delle memorie difensive e allo studio dei nuovi fascicoli.

Abbiamo letto da qualche parte che, al netto delle criticità ormai croniche del sistema giustizia, l’avvocato resta l’ultimo argine di libertà. E sì, lo crediamo anche noi.

Questa settimana abbiamo affrontato, tra gli altri, due processi per traffico di tabacchi lavorati esteri, il cosiddetto contrabbando di si*****te. Quello che gli operatori del diritto definiscono un reato “grigio”, perché è una sorta di ammortizzatore sociale. Le nostre discussioni si sono concentrate su questo aspetto e sulla circostanza che, nel perimetro degli illeciti penali, questo commercio - seppure illegale - si colloca in una posizione intermedia.

Crediamo che la difesa sia anche, e soprattutto, offrire a chi giudica gli strumenti per una lettura autentica delle storie che si annidano tra i verbali delle procure. Per evitare che il processo penale diventi un meccanismo algoritmico che si innesca con l’arresto e si esaurisce con la sentenza.

La giustizia è molto di più.
E l’avvocato non è un dettaglio del sistema: è ciò che impedisce che il sistema diventi cieco.

La giustizia è una cosa seria, perciò il 22 e il 23 marzo andiamo tutti a votare sì.Il primo punto è la separazione dell...
16/03/2026

La giustizia è una cosa seria, perciò il 22 e il 23 marzo andiamo tutti a votare sì.

Il primo punto è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, tema che abbiamo affrontato nei precedenti due post. Secondo la nostra Costituzione il processo deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. Ma questo principio fino ad ora è rimasto inattuato perché ai vertici del triangolo c’è un giudice (appunto, colui che giudica) collega del PM (colui che invece svolge le indagini e formula l’accusa).

Oggi tra i magistrati che indagano e quelli che giudicano c’è un rapporto di colleganza che fisiologicamente rende impossibile che il giudice sia pienamente equidistante rispetto alla controversia da valutare. In pratica il giudicante è chiamato a decidere su una questione in cui si confrontano un avvocato e un collega che ha una funzione diversa dalla sua, ma che resta comunque un suo collega.

Quindi la separazione ordinamentale serve a fugare ogni sospetto sulla possibile solidarietà tra giudici e PM, dettata proprio dalla cointeressenza professionale.

Ed infatti, con il sistema attuale, c’è la probabilità molto alta che il PM e il giudice di uno stesso processo facciano parte della medesima corrente, condividendo oltre alla carriera anche cene e incontri vari. Così come ci ha insegnato il “Caso Palamara”, relativo a 60.000 chat che hanno visto coinvolti circa 700 magistrati.

Un altro punto importantissimo della riforma riguarda l’istituzione di due diversi Consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i PM.

Come ha dichiarato un magistrato estraneo a questi meccanismi: “L’individuazione mediante sorteggio dei consiglieri superiori li svincolerà da qualsivoglia vincolo di mandato rispetto ai propri elettori, eliminando il debito di riconoscenza che attualmente condiziona lo svolgimento delle funzioni consiliari. Oggi queste sono orientate dal criterio dell’appartenenza sia per quanto concerne le decisioni che incidono sulla carriera, sia per quanto riguarda la funzione disciplinare, consentendo invece di recuperare la trasparenza delle scelte e la rivalutazione di criteri di valutazione squisitamente meritocratici”.

In altre parole, se la riforma passa i magistrati non potranno più scambiarsi favori.

Non credete a chi dice che questa riforma possa subordinare la magistratura al potere politico: non vi è un solo punto che faccia anche solo vagamente cenno a ciò. Anzi, come ha scritto un altro magistrato, con l’attuale sistema è la politica che domina la magistratura, avendo le correnti invaso il Consiglio superiore della magistratura e designando i membri togati tra i loro appartenenti più affidabili.

Il Ministero della Giustizia ci dice che tra il 2017 e il 2025 sono state risarcite 6.485 persone per ingiusta detenzione, per un ammontare superiore a 270 milioni di euro. Nello stesso periodo sono state intraprese 93 azioni disciplinari contro magistrati, ma soltanto 10 si sono tradotte in sanzioni (9 censure e un trasferimento).

Ebbene, in caso di riforma verrà istituita anche un’Alta Corte disciplinare, per porre finalmente un argine a un’immunità che di fatto esiste da sempre.

Votate sì, perché l’Italia non continui ad essere come il Pakistan, il Bangladesh, la Nigeria, l’Iraq.

Oggi segnaliamo sulla nostra pagina un’interessante intervista del Foglio al giudice Costanzo Cea, in pensione dopo 38 a...
28/02/2026

Oggi segnaliamo sulla nostra pagina un’interessante intervista del Foglio al giudice Costanzo Cea, in pensione dopo 38 anni di servizio, che, oltre a chiarire alcuni aspetti fondamentali della riforma della giustizia, spiega – partendo anche dalle proprie simpatie politiche – come questo referendum epocale con la politica non c’entri nulla.

Il nostro SI convinto, come quello di Costanzo Cea e di tantissimi altri, è basato su valutazioni tecniche, non certo – come impropriamente affermano alcuni comitati per il NO – sull’essere fascisti, massoni o nostalgici del piduismo.

Come anticipato nel nostro precedente post, la riforma per la quale voteremo dà piena attuazione al principio della terzietà del giudice.

Oggi può accadere che un imputato venga giudicato da un magistrato candidato al Consiglio Superiore della Magistratura, nel cui comitato elettorale siede il PM dello stesso processo. Uno dei tanti cortocircuiti che la riforma intende superare, separando le carriere di PM e giudici e istituendo due distinti CSM.

Il paradosso è che tra le fila dei comitati per il NO ci sono molti che si definiscono di sinistra e che, pur di opporsi al governo in carica, finiscono per difendere assetti che la tradizione culturale progressista, fino a tempi recenti, ha criticato e cercato di superare.

L’aria è pesante, come spesso accade negli ultimi tempi. Anche in tribunale.Il dibattito sulla riforma è diventato l’enn...
19/02/2026

L’aria è pesante, come spesso accade negli ultimi tempi. Anche in tribunale.

Il dibattito sulla riforma è diventato l’ennesimo terreno di scontro tra destra e sinistra istituzionale. Ma il punto su cui vale la pena soffermarsi non è la polemica politica: è un principio.

La terzietà del giudice.

Nel nostro ordinamento il giudice dovrebbe essere equidistante sia dal pubblico ministero, che rappresenta l’accusa, sia dall’avvocato difensore. Se vogliamo semplificare: un triangolo, con al vertice un arbitro chiamato a regolare il confronto tra due parti antagoniste.

Il problema è che oggi questa equidistanza è messa in discussione dalla contiguità culturale e ordinamentale tra giudice e pubblico ministero. Non si tratta di malafede individuale, ma di appartenenza allo stesso organo di autogoverno.

È qui il nodo.

Separare i consigli superiori della magistratura significherebbe rafforzare l’idea di un giudice realmente terzo, distinto da chi accusa.

Non è una battaglia ideologica. È una questione di fiducia.

Perché una democrazia solida ha bisogno che ogni cittadino possa confidare in una giustizia priva di commistioni tra chi lo accusa e chi lo giudica.

La settimana appena trascorsa l’abbiamo dedicata alla stesura degli atti in vista dei processi che ci attendono nei pros...
30/01/2026

La settimana appena trascorsa l’abbiamo dedicata alla stesura degli atti in vista dei processi che ci attendono nei prossimi mesi, oltre che alle udienze. Un lavoro silenzioso, fatto di studio, confronto e ricerca, che continua a motivarci ogni giorno.

È la costanza nello studio delle più recenti pronunce della Suprema Corte di Cassazione e dei testi dei principali studiosi del diritto e della procedura penale a permetterci di ottenere risultati concreti in aula.

La scorsa settimana, ad esempio, la Corte d’Appello di Napoli ha rideterminato le pene inflitte in primo grado a tre nostri assistiti, riconoscendo uno sconto complessivo di undici anni e mezzo. Un tempo prezioso, restituito alle famiglie, agli affetti, alla possibilità di guardare avanti e costruire nuovi progetti.

Ogni accoglimento rafforza il nostro metodo e ci spinge a lavorare con la stessa determinazione ogni volta che siamo chiamati a guidare qualcuno nei percorsi, spesso complessi, della giustizia.

Si corre. Con lucidità.
Verso la porta giusta.
Con lo sguardo già rivolto alla prossima partita.

In tv va in onda una farsa.Una serie che dice di voler raccontare la realtà e la stravolge, riducendola un repertorio di...
20/01/2026

In tv va in onda una farsa.

Una serie che dice di voler raccontare la realtà e la stravolge, riducendola un repertorio di stereotipi ormai stanchi.

La Preside prende una storia vera, la ambienta nel Parco Verde di Caivano, ma la gira a San Giovanni a Teduccio, con palazzoni e cemento per evocare disagio, marginalità, destino segnato.

Il risultato è una messa in scena che non osserva, ma conferma ciò che lo spettatore si aspetta di vedere: personaggi costruiti per cliché, quartieri bloccati in un eterno presente di degrado, territori raccontati come se fossero immobili, incapaci di cambiare.

Eppure parliamo di luoghi che, da anni, hanno avviato percorsi di trasformazione, faticosi ma reali, che qui vengono semplicemente rimossi. Non a caso, la sindaca di Caivano è insorta.

È la stessa operazione già vista con Scampia, inchiodata a un’immagine senza tempo dopo Gomorra, mentre nella realtà le piazze di spaccio sono sparite, l’università ha aperto, la vita quotidiana è andata avanti.

Ma tutto questo non fa scena, non costruisce atmosfera, non vende. E allora è Gomorra per sempre.

Questo tipo di racconto non informa: deforma.
E nel farlo rende ancora più difficile il lavoro di chi quei territori li abita, li attraversa, prova a cambiarli davvero. Perché raccontare male la realtà, soprattutto quando si parla di periferie, non è mai un atto neutro.

Noi a San Giovanni ci siamo nati e ci siamo cresciuti, abbiamo qui il nostro primo studio, ma certe scene non le abbiamo mai viste.

Caro 2026,ti aspettiamo con entusiasmo. Perché tutto ciò che non conosciamo ci incuriosisce, ci mette alla prova e ci sp...
31/12/2025

Caro 2026,
ti aspettiamo con entusiasmo. Perché tutto ciò che non conosciamo ci incuriosisce, ci mette alla prova e ci spinge a fare sempre meglio. A rimetterci in discussione, a crescere nel lavoro, a costruire legami autentici e duraturi.

Così, tutto ciò che è stato tossico o inutile verrà spazzato via dalla forza di fare bene le cose: come acqua limpida che lava via il fango.

Una cosa sola possiamo promettertela: non sprecheremo neanche un istante della nostra vita dietro a chi non ci merita.

Ad maiora.

Il Natale è amore, famiglia, convivialità. Per noi, fieri meridionalisti, stare intorno a un tavolo, gomito a gomito, da...
20/12/2025

Il Natale è amore, famiglia, convivialità. Per noi, fieri meridionalisti, stare intorno a un tavolo, gomito a gomito, dal capitone agli struffoli, è molto più di una tradizione: è il segno concreto della resistenza, della capacità di restare uniti anche nelle avversità.

Per questo oggi diamo il bentornato a D.D.M., nostro assistito 42enne, per il quale il Tribunale di Sorveglianza di Campobasso ha accolto l'istanza di affidamento in prova ai servizi sociali.

D. potrà vivere le festività natalizie – e il resto della sua pena – accanto ai suoi figli e alla sua famiglia, dopo un serio e faticoso percorso di rieducazione svolto all’interno del carcere in cui era detenuto. Un percorso fatto di tempo, disciplina e responsabilità.

Era al suo decimo “permesso premio”, nonostante i reati per i quali stava espiando la pena fossero considerati gravi. Eppure, è giusto dirlo, D. non ha mai chiesto scorciatoie, né ha mai presentato istanze di “inesigibilità alla collaborazione”.
Ha scelto un’altra strada: quella di dimostrare, passo dopo passo, di essere cambiato, sostenuto dalle nostre istanze e dalle nostre memorie.

Buon Natale a lui, alla sua famiglia.
E a chi continua a credere nel valore della rieducazione, e nel nostro impegno quotidiano.

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