16/03/2026
La giustizia è una cosa seria, perciò il 22 e il 23 marzo andiamo tutti a votare sì.
Il primo punto è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, tema che abbiamo affrontato nei precedenti due post. Secondo la nostra Costituzione il processo deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. Ma questo principio fino ad ora è rimasto inattuato perché ai vertici del triangolo c’è un giudice (appunto, colui che giudica) collega del PM (colui che invece svolge le indagini e formula l’accusa).
Oggi tra i magistrati che indagano e quelli che giudicano c’è un rapporto di colleganza che fisiologicamente rende impossibile che il giudice sia pienamente equidistante rispetto alla controversia da valutare. In pratica il giudicante è chiamato a decidere su una questione in cui si confrontano un avvocato e un collega che ha una funzione diversa dalla sua, ma che resta comunque un suo collega.
Quindi la separazione ordinamentale serve a fugare ogni sospetto sulla possibile solidarietà tra giudici e PM, dettata proprio dalla cointeressenza professionale.
Ed infatti, con il sistema attuale, c’è la probabilità molto alta che il PM e il giudice di uno stesso processo facciano parte della medesima corrente, condividendo oltre alla carriera anche cene e incontri vari. Così come ci ha insegnato il “Caso Palamara”, relativo a 60.000 chat che hanno visto coinvolti circa 700 magistrati.
Un altro punto importantissimo della riforma riguarda l’istituzione di due diversi Consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i PM.
Come ha dichiarato un magistrato estraneo a questi meccanismi: “L’individuazione mediante sorteggio dei consiglieri superiori li svincolerà da qualsivoglia vincolo di mandato rispetto ai propri elettori, eliminando il debito di riconoscenza che attualmente condiziona lo svolgimento delle funzioni consiliari. Oggi queste sono orientate dal criterio dell’appartenenza sia per quanto concerne le decisioni che incidono sulla carriera, sia per quanto riguarda la funzione disciplinare, consentendo invece di recuperare la trasparenza delle scelte e la rivalutazione di criteri di valutazione squisitamente meritocratici”.
In altre parole, se la riforma passa i magistrati non potranno più scambiarsi favori.
Non credete a chi dice che questa riforma possa subordinare la magistratura al potere politico: non vi è un solo punto che faccia anche solo vagamente cenno a ciò. Anzi, come ha scritto un altro magistrato, con l’attuale sistema è la politica che domina la magistratura, avendo le correnti invaso il Consiglio superiore della magistratura e designando i membri togati tra i loro appartenenti più affidabili.
Il Ministero della Giustizia ci dice che tra il 2017 e il 2025 sono state risarcite 6.485 persone per ingiusta detenzione, per un ammontare superiore a 270 milioni di euro. Nello stesso periodo sono state intraprese 93 azioni disciplinari contro magistrati, ma soltanto 10 si sono tradotte in sanzioni (9 censure e un trasferimento).
Ebbene, in caso di riforma verrà istituita anche un’Alta Corte disciplinare, per porre finalmente un argine a un’immunità che di fatto esiste da sempre.
Votate sì, perché l’Italia non continui ad essere come il Pakistan, il Bangladesh, la Nigeria, l’Iraq.