MY LITTLE HOUSE è un progetto di osservazione del "fare" artistico, delle dinamiche relazionali che ruotano intorno all'arte e anche un tentativo di cambiare il processo di fruizione, attraverso la disintermediazione. Anche se il nome e le premesse potrebbero subito ricondurci al fenomeno delle “mostre in casa”, qui l’idea prende un respiro più ampio. Non vogliamo lavorare in case meravigliose di
super collezionisti per una semplice presentazione “d’artista”, ma in piccole case, messe a disposizione da persone “comuni”, che vogliono sperimentare e farsi travolgere dall’esperienza della convivenza con un artista, che lavora nell’intimità della loro casa per 7 giorni. L’artista cambia veste e ruolo, è il demiurgo della vita dell’altro, è invasore, attento e accorto a rispettare il DNA vivente degli spazi. In concreto succede che l’artista e il proprietario di una casa si “scelgono” e l’artista per 1 settimana vive e lavora in questa nuova situazione; il valore sta nella diversità dei risultati, in ogni casa potrebbe accadere qualunque cosa. Terminato l’intervento dell’artista, non ci sarà una vera e propria inaugurazione, ma tanti incontri e tanti inviti all’interno dello spazio, dedicati a singole persone o a piccoli gruppi, per un caffè, una cena, in momenti diversi della giornata: non ci sono regole, tutto nella vita della LITTLE HOUSE torna a funzionare come prima, soltanto che ogni tanto qualcuno potrà chiedere o essere invitato a vedere i segni e le opere lasciati dall’artista. Questo succede un po’ a causa degli spazi limitati (non si può certo immaginare la solita folla delle inaugurazioni), un po’ per scelta: c’è un gran bisogno di conoscere veramente le persone, di parlarci con calma, per far nascere nuove idee, bisogna riprendere il gusto di ritrovarsi in pochi intimi. Dovendo da qualche parte iniziare, ho deciso di mettermi in gioco in prima persona aprendo le porte della mia LITTLE HOUSE. La situazione è perfetta: un bilocale in un edificio costruito negli anni 30’ all’interno di un’illuminata operazione di edilizia popolare. All’angolo di via Dolci/Ricciarelli, dove le attività commerciali stentano e si inizia a sentire l’odore della periferia. Il biciclettaio della zona mi racconta che una volta, negli anni 70’, sembrava la prosecuzione di corso Vercelli (tipico esempio milanese dello struscio tra i negozi). Oggi questo incrocio di strade fatica a trovare una sua identità, schiacciato tra De Angeli, la riservata e borghese zona della fiera vecchia e una mal censita casba multietnica. Non rimaneva che trovare un artista, disposto a seguirmi in quest’avventura. Il primo pensiero è andato a Cristina Gardumi, che fortunatamente mi ha risposto così: “La possibilità di condividere tempo e spazio creativi con qualcuno è sempre un’opportunità straordinaria e quello che mi stai proponendo ha tanto l’aria di una piccola rivoluzione. Mi piace perché sento che metterà alla prova me e il mio modo di lavorare. La parte più interessante però credo sarà il lavoro sulla relazione, indipendentemente dalla tecnica e dalle opere che nasceranno.”
L'entusiasmo per il progetto è stato tanto, per questo abbiamo deciso di continuare e di inziare con un tour. La seconda tappa di My Little House, sarà infatti Catania, dove Giuseppe Coniglione, avvocato catanese, ospiterà l'artista Natalia Saurin. Il progetto è in collaborazione con www.b-a-l-l-o-o-n.it
Non mi resta ora che invitarvi a scrivermi! Fulvio Ravagnani
info press: Antonella Scaramuzzino [email protected]