24/08/2026
Giusto un anno fa, presso il mio studio di Napoli ricevetti questo libro.
Parlarne (forse) non ti fa guadagnare punti, non foss’ altro per la firma, per quell’autore con quel cognome troppo ingombrante, scomodo, voluminoso, che può condizionare pesantemente il giudizio.
Da amante della lettura, appassionato del romanzo e di quel genere di narrativa di consumo definito “giallo”, sviluppatosi nel Novecento, non ho potuto esimermi della sua lettura , di un’autobiografia, e lo feci mentre ero in vacanza, comodamente, in Sardegna, nel tempo “libero” e dedicato alla lettura.
In più, da Avvocato, amante del processo penale, ho avuto l’irripetibile privilegio di difendere l’imputato che tutti vorrebbero difendere, in due processi, celebratisi a Roma, in un procedimento penale magnifico, in mezzo ad un pool Difensivo da fare invidia ai più, laddove si può solo che imparare PER DAVVERO, in mezzo a professionisti ENORMI, giuristi eccelsi, cultori della materia processuale/penale, che sanno riempirti di “consigli” giusti, VERI.
E tra i VENTI imputati vi era Lui: Salvo Riina.
Non dimenticherò mai qui tre anni, cosa hanno rappresentato per me, giovane Avvocato all’epoca, catapultato in un qualcosa molto più grande di lui, per tutta una serie di coincidenze, quasi da veggente, che anni fa credeva potessero avverarsi, non foss’altro che per una esperienza strettamente personale.
E’ difficile trovare le parole giuste, onestamente, per svariati motivi.
E’ stato coinvolgente, ricco di spunti, pur da non credere, pregnante, denso di significati, lontano da quei contenuti pregnanti di SOFISMO e delle solite retoriche, demagogie populistiche.
In mezzo ad una (quasi) tecnica/pratica dattilografica, ove le percezioni della narrazione, variegate, hanno avuto il predominio, conseguenza di una realtà che ho potuto letteralmente toccare con mano.
Le difficoltà e le diversità dell’infanzia del figlio di un nome e di un cognome pesante, vissuta praticamente sempre di corsa, da nomade, non potendo avere una fisiologica socializzazione, soprattutto in ambito scolastico, ove la mamma, la conosciuta Ninetta Bagarella si rivela per loro praticamente tutto: una eccelsa insegnante, essendo al contempo madre, amica e autoritaria insegnante di varie materie scolastiche, oltre che di vita; il non “poter” aver avuto una vita scolastica, in combinato disposto con il continuo occultamento del suo cognome, del sapere di essere figlio di un geometra (e niente più) , non potendo mai essere se stesso, nemmeno nei momenti di approcci dei primi amori, così come nei confronti dei sempre nuovi e diversi amici, che di volta in volta incontrava lungo la strada, in modo ovviamente temporaneo e mai definitivo, da nomade; le notizie sconvolgenti, che segnano la vita per sempre, degli altri ma anche la tua, seppur strano, laddove era ignaro di tutto ciò che il tessuto sociale, prim’ancora che la giustizia, contestavano nel frattempo alla sua famiglia, e che per logica conseguenza lo hanno forgiato di una anomala armatura interiore, facendolo crescere molto in fretta; il vivere, ancora più complesso, di una persona che e’ praticamente sotto scorta, che vive di paura, con momenti altalenanti di emotività, dovuti a variegati timori.
Era un salire e scendere dalle montagne russe, con traiettorie esistenziali aleatorie, pericolose, senza un vero freno che potesse permettere alla ragione di porre in essere il suo corso.
Perché poi Salvo Riina nacque durante la latitanza, ha vissuto da latitante continuamente senza mai saperlo, in una età che sarebbe dovuta poi appartenere alla spensieratezza, a ben altro. Ed invece assomigliava ad un vero e proprio feticcio, non voluto, non richiesto.
Un bimbo, un ragazzo e un uomo che si è fatto ben presto carico della sua famiglia, da praticamente unico uomo di essa, contro tutto e tutti, non rinnegando minimamente il dogma del suo oneroso cognome - e questo il vero vulnus di quella “pregevole” questione - perché poi è questo ciò che gli viene contestato, tra mille punti interrogativi obbligatori.
Unitamente a chi legge, come lo scrivente, sicuramente passibile di facili gogne “pregiudizievoli”, espressione questa stilisticamente pesante e ridondante sicuramente, ma che deve essere sussunto nell’alveo di una proficua volontà di conoscenza di quello che è a tutti gli effetti il perimetro, la circonferenza, di una psicologia del “criminal profiling”, che unisce inevitabilmente la scrittura all’ambito lavorativo, penalistico, che esaudisce curiosità, conoscenze, approfondimenti e tanto altro ancora.
Soprattutto quando hai potuto toccare con mano taluni “meccanismi”, seppur da un punto di vista processuale.
Su 100, credo, “solamente” 5 potranno comprendere. E’ stato per me un cumulo, un tumulto, un ventaglio di emozioni, contrastanti (da lettore, da un lato, da penalista, dall’altro), di traiettorie meticolosamente esistenziali, che mi hanno fatto vivere la lettura di questo - a mio modesto parere - magnifico libro, quasi come se fossi stato io in prima, terza persona, a vivere taluni momenti e circostanze narrate in esso.
Avrei voluto effettuare una serata sul mio personale blog a Tua Difesa, ma il podcast “Lo Sperone” di Gioacchino Gargano, mi anticipo’, e la reazione dei media, delle tv, fu devastante, in senso negativo, forse per le domande particolari e le sue risposte.
Una cosa è sicura: questi momenti determinano in sé stessi momenti di profonda introspezione, non per tutti, non da tutti.
Studio Legale Viscusi