21/10/2026
Il confine tra essere un infermiere ed essere "fuori servizio" è un’illusione che dura solo finché il mondo intorno a te resta calmo.
Era una domenica di fine estate e il mio unico obiettivo era staccare la spina. Niente divisa, niente sveglia, niente odore di disinfettante. Solo un pranzo in un agriturismo in collina con la mia famiglia, il sole caldo e una grigliata che profumava di buono.
Poi, a tre tavoli dal mio, la quiete si è spaccata in un secondo.
Un rumore sordo, come di una sedia rovesciata, seguito dall'urlo terrorizzato di una donna. Mi sono girato di scatto per riflesso condizionato. Un ragazzo di nemmeno vent'anni era a terra, rigido, mentre il corpo veniva scosso da violente clonie. Attorno a lui, il panico: gente che urlava, sedie scostate a caso, parenti paralizzati dal terrore.
Non c'è stato un momento di decisione. Non ho pensato "oggi è il mio giorno libero". Il mio corpo si è alzato dalla sedia prima ancora che il mio cervello elaborasse la mossa.
"Allontanatevi, sono un infermiere del 118!" ho urlato, mantenendo un tono fermo per abbassare d'impatto l'isteria della sala.
Mi sono fiondato a terra accanto al ragazzo. La tentazione della gente attorno era quella tipica del panico: cercare di bloccargli le braccia, infilargli qualcosa in bocca.
"Nessuno lo tocchi! Spostate solo i tavoli e i bicchieri, liberate lo spazio!" ho ordinato mentre con le mani gli proteggevo delicatamente il capo per evitare che battesse sul pavimento di pietra.
Ho guardato l'orologio. L'inizio di una crisi convulsiva va sempre cronometrato, è la prima cosa che ti insegnano. Intanto ho chiesto a un cameriere pietrificato: "Chiama subito il 112. Pagaia: sospetta prima crisi comiziale, ragazzo di 19 anni, coordinata per l'ambulanza."
La crisi è durata un minuto e quaranta secondi che a tutti i presenti sono sembrati un'eternità. Appena le scosse sono cessate, il ragazzo è entrato nella fase post-critica: respiro stertoroso, sguardo perso, confusione totale. L'ho ruotato immediatamente in Posizione Laterale di Sicurezza (PLS) per proteggere le vie aeree, verificando che il cavo orale fosse libero e monitorando il polso carotideo.
"Marco... Marco, mi senti?" lo chiamava la madre in lacrime.
"Signora, guardi me," le ho detto prendendole una mano. "Sta smaltendo la crisi. Ora è confuso, è normale. Il suo cuore batte bene, sta respirando. L'ambulanza sta arrivando."
Ho trascorso i successivi dieci minuti accovacciato su quel pavimento freddo, in pantaloncini e maglietta, a monitorare i parametri a vista e a tranquillizzare il ragazzo che piano piano riprendeva contatto con la realtà, tenendogli la testa sollevata.
Quando in lontananza si è sentito il suono familiare delle sirene dell'ambulanza del 118 locale, ho tirato un respiro profondo. I colleghi sono entrati con lo zaino e la barella. C'è stato un momento di intesa bellissima: è bastato uno sguardo tra professionisti.
"Collega?" mi ha chiesto l'infermiere dell'equipaggio vedendomi gestire la scena.
"Sì, 118. Ragazzo di 19 anni, prima crisi, durata circa due minuti, PLS impostata subito, parametri vitali al tatto stabili, nessun trauma da caduta riferito."
Un passaggio consegne rapido, pulito, preciso. Come se fossi stato in divisa, solo che indossavo le scarpe da ginnastica.
Quando la barella è uscita tra gli applausi accennati degli altri clienti, mi sono riseduto al mio tavolo. Le mani mi tremavano leggermente, non per la paura, ma per la scarica di adrenalina arrivata a tradimento durante una giornata di festa. Mia moglie mi ha guardato sorridendo e mi ha passato un bicchiere d'acqua.
Lì ho capito una cosa che noi dell'emergenza spesso dimentichiamo: la divisa la puoi anche togliere nell'armadietto a fine turno, ma quello che sei dentro non si timbra mai.
Dedicato a chiunque si sia mai trovato a fare un soccorso in borghese, tra gli sguardi della gente e il cuore a mille. Succede quando meno te lo aspetti.
(Fonte: Infermiere Professionista)