25/05/2026
C’è qualcosa di profondamente inquietante, e forse persino simbolico, nella sola idea che un colloquio tra un detenuto e il proprio avvocato possa essere ascoltato, registrato, archiviato da qualcun altro. Perché il problema, a ben vedere, non riguarda soltanto il carcere di Capanne. Né riguarda esclusivamente la categoria forense. Tocca, invece, un nervo scoperto della democrazia: il confine oltre il quale lo Stato, pur armato delle sue legittime pretese investigative, non può spingersi senza iniziare a somigliare a ciò che dice di combattere.
Ed è curioso, quasi paradossale, che nel dibattito pubblico certe questioni vengano percepite come “tecnicismi da avvocati”. Come se la riservatezza tra difensore e assistito fosse una formalità notarile, una liturgia procedurale buona per le aule di giurisprudenza o per le dispute accademiche. Non è così. Non lo è mai stato.
La civiltà giuridica occidentale si regge anche su zone inviolabili. Spazi di silenzio. Luoghi nei quali il potere arretra. Uno di questi è precisamente il colloquio difensivo. Perché un imputato che non possa parlare liberamente col proprio avvocato è, di fatto, un uomo già parzialmente sconfitto prima ancora del processo. E un difensore che sospetti di essere ascoltato smette, inevitabilmente, di esercitare una difesa piena. Cambia linguaggio. Si autocensura. Seleziona le parole. Evita certe strategie. Inizia, insomma, a difendersi lui stesso.
È qui che la questione smette di essere procedurale e diventa politica nel senso più alto del termine.
Le dichiarazioni della deputata Emma Pavanelli colgono un punto essenziale: se davvero vi fossero state intercettazioni o captazioni dei colloqui tra detenuti e difensori nel carcere di Casa Circondariale di Perugia Capanne, non ci troveremmo davanti a una mera irregolarità amministrativa. Sarebbe qualcosa di più grave. Molto di più. Sarebbe la crepa di un principio cardine.
E i principi costituzionali, quando iniziano a incrinarsi, raramente fanno rumore all’inizio. Succede lentamente. Un’eccezione qui, una deroga là, una “necessità investigativa” invocata in nome dell’emergenza. La storia del diritto, da Beccaria fino alle pagine più amare del Novecento europeo, insegna che le libertà non vengono quasi mai abolite frontalmente. Vengono consumate ai margini, poco alla volta, come pietra erosa dall’acqua.
Per questo la reazione dell’Unione delle Camere Penali Italiane non appare affatto corporativa, come qualcuno superficialmente potrebbe sostenere. Quando l’avvocatura difende la segretezza del rapporto con l’assistito, non sta proteggendo un privilegio di categoria. Sta proteggendo il diritto del cittadino a opporsi allo Stato con armi giuridiche reali e non simboliche. È una differenza enorme.
Del resto, il processo penale moderno nasce proprio da questa diffidenza verso il potere assoluto. Se il difensore diventa permeabile all’ascolto investigativo, il rischio è che il procedimento perda il suo equilibrio fisiologico e torni ad assomigliare, almeno in parte, a quel modello inquisitorio che la cultura liberale aveva tentato di superare. E non è un caso che il segreto professionale dell’avvocato venga considerato, in quasi tutte le democrazie mature, una garanzia essenziale e non negoziabile.
Naturalmente, bisogna mantenere prudenza. Ad oggi si parla di presunte intercettazioni e sarà necessario verificare fatti, modalità, eventuali responsabilità. La cautela istituzionale è doverosa. Ma proprio per questo le verifiche annunciate nei confronti del Ministero guidato da Carlo Nordio assumono un significato che va oltre la cronaca politica quotidiana. Qui non si tratta soltanto di accertare se qualcuno abbia sbagliato. Si tratta di capire se il sistema abbia ancora piena consapevolezza dei propri limiti.
Perché uno Stato veramente forte non è quello che ascolta tutto. È quello che sa, persino quando potrebbe farlo, dove deve fermarsi.
Pavanelli annuncia un’interrogazione a Nordio sulle presunte intercettazioni tra detenuti e avvocati nel carcere di Capanne.