03/04/2026
Dall’“Osanna” al “Crocifiggilo”: la giustizia alla prova della volubilità del popolo
C’è qualcosa di profondamente inquietante – e, se devo essere sincero, anche un po’ scomodo da ammettere – nel passaggio che conduce dall’“Osanna” al “Crocifiggilo”. Non è solo una contraddizione narrativa. È una frattura antropologica. Una crepa che attraversa il tempo e arriva fino a noi, intatta.
All’ingresso in Gerusalemme la scena è, per così dire, “processionale”: i mantelli stesi, i rami tagliati, le voci che si sovrappongono fino a diventare coro. Non è solo entusiasmo religioso; è riconoscimento pubblico. È investitura sociale. La folla, e questo è il punto, attribuisce identità. Dice chi sei. “Questi è il profeta”. È una qualificazione collettiva, quasi una sentenza spontanea, pronunciata senza contraddittorio ma con la forza del numero.
Poi, pochi giorni dopo (ed è qui che il giurista, se è onesto, smette di leggere distrattamente), quella stessa folla si trova davanti al governatore. Cambia il contesto: non più la strada, ma il tribunale. Non più il grido spontaneo, ma la decisione formalizzata. E tuttavia, la struttura profonda è identica: ancora una volta è la massa che “decide” chi è quell’uomo.
Solo che questa volta la decisione è opposta.
La dinamica è inquietante proprio perché è lineare. Non c’è un salto logico. Non c’è una frattura evidente. C’è una continuità psicologica: la folla non cerca la verità, cerca una direzione. E quando questa direzione viene orientata – nel testo è chiarissimo: “i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla” – il giudizio si ribalta senza resistenza.
E qui, permettimi una notazione che esula dal commento religioso e entra nel cuore del diritto: questo è, in nuce, il problema della responsabilità collettiva e della suggestione.
Il governatore (Pilato) compie un gesto che, da giuristi, non possiamo non leggere in chiave simbolica: si lava le mani. È un tentativo – goffo, direi – di separare il potere dalla decisione. Come se la legittimazione proveniente dalla folla potesse sostituire il dovere di giudicare secondo giustizia. Come se il consenso potesse trasformarsi in criterio di verità.
Non funziona così. Non ha mai funzionato così.
E infatti la scena successiva lo dimostra con brutalità: la scelta tra Barabba e Gesù. Da un lato un “carcerato famoso” (il testo evangelico non ha bisogno di aggiungere altro), dall’altro un uomo contro il quale le accuse non trovano neppure risposta. Eppure la folla sceglie Barabba. Non per un ragionamento probatorio. Non per una valutazione delle prove. Ma perché è stata orientata.
Qui si apre una frattura che, se la osserviamo bene, non appartiene solo a duemila anni fa. È una frattura strutturale tra giustizia e percezione della giustizia.
Il diritto penale moderno, almeno nella sua aspirazione, nasce proprio per sottrarre la decisione alla volubilità del consenso. Il principio di legalità, il giusto processo, la presunzione di innocenza: sono tutti argini. Argini costruiti contro la pressione della folla. Contro il rischio che il giudizio diventi eco.
Eppure (ed è questo il punto che più mi interessa), questi argini non sono mai definitivi. Sono costruzioni fragili. Perché la materia che cercano di contenere – l’opinione collettiva – è per sua natura instabile.
Oggi non abbiamo più la piazza di Gerusalemme. O meglio: non solo. Abbiamo qualcosa di più veloce, più pervasivo, più immediato. Abbiamo piazze digitali in cui il tempo tra l’“Osanna” e il “Crocifiggilo” si è ridotto a poche ore, a volte a pochi minuti. La dinamica, però, è identica.
Prima si costruisce una figura. La si esalta, la si semplifica, la si trasforma in simbolo. Poi – basta poco, a volte un’informazione parziale, a volte una narrazione costruita – quella stessa figura viene demolita. Con la stessa intensità, con la stessa convinzione.
Non è cambiato molto. Direi quasi: non è cambiato nulla nella struttura profonda del fenomeno.
E qui il giurista non può limitarsi a una constatazione sociologica. Deve porsi una domanda più scomoda: quanto il sistema giudiziario è realmente impermeabile a questa dinamica?
Perché, a ben vedere, il rischio non è solo teorico. L’eco della folla – oggi mediatica – entra nei processi. Non formalmente, certo. Ma entra. Nella costruzione del caso, nella pressione sull’accusa, nella percezione dell’imputato. E talvolta – diciamolo senza ipocrisie – anche nella prudenza o nella rigidità del giudicante.
La scena evangelica, allora, smette di essere solo un racconto religioso. Diventa una lente. Ci costringe a guardare il rapporto tra potere, consenso e giustizia con un minimo di onestà intellettuale.
C’è un uomo che non risponde alle accuse. Non perché non abbia difese, ma perché – sembra quasi – rifiuta il gioco. E c’è un sistema che, incapace di sostenere il peso della decisione autonoma, si rifugia nel consenso. “Chi volete che io rimetta in libertà?”
È una domanda che, in un ordinamento giuridico maturo, non dovrebbe nemmeno essere posta.
E invece è proprio lì che si consuma il passaggio decisivo: la giustizia viene delegata. E nel momento in cui viene delegata alla folla, smette di essere giustizia.
Se dovessi sintetizzare (ma con cautela, perché semplificare qui è pericoloso), direi questo: il problema non è la cattiveria della folla. È la sua instabilità. La sua incapacità strutturale di mantenere un giudizio nel tempo senza essere influenzata.
E il diritto – quello serio, quello che studiamo e difendiamo – nasce esattamente per questo. Per opporsi a questa instabilità. Per dire, in sostanza: non basta essere in molti per avere ragione.
Il Venerdì Santo, letto così, diventa qualcosa di più di una commemorazione. Diventa un monito giuridico. Quasi una lezione di teoria generale del processo, se vogliamo dirla senza retorica.
Un uomo innocente può essere condannato nonostante l’assenza di prove, se il sistema cede alla pressione esterna. E il potere, anche quando “si lava le mani”, resta responsabile.
Questo, e qui chiudo, è forse il punto più attuale: la responsabilità non si dissolve nel consenso. Non si attenua perché “lo voleva il popolo”. Al contrario. Proprio quando il popolo è volubile, il diritto dovrebbe essere più fermo.
Altrimenti, la distanza tra Gerusalemme e oggi non è di duemila anni.
È di pochi passi.